Il Mondiale del 1930: storia e curiosità della prima Coppa del Mondo

 La prima Coppa del Mondo di calcio si giocò a Montevideo, in Uruguay, tra il 13 e il 30 luglio del 1930. Tredici squadre, un solo stadio degno di questo nome costruito a tempo di record, nessuna qualificazione, metà Europa che si rifiutò di partecipare e un trofeo d'oro che attraversò l'Atlantico nella cassaforte di un transatlantico italiano. Quello che oggi è l'evento sportivo più seguito del pianeta nacque così: in modo improvvisato, caotico e, per certi versi, improbabile.



Perché nasce il Mondiale

L'idea di organizzare un torneo mondiale per nazionali di calcio circolava negli ambienti della FIFA sin dalla sua fondazione, nel 1904. Ma tra il dire e il fare c'era di mezzo un oceano — letteralmente. I primi tentativi si arenarono subito: nel 1905 la Svizzera provò a candidarsi come sede, ma si iscrisse una sola squadra. L'unico palcoscenico internazionale disponibile restava quello delle Olimpiadi, dove il calcio era entrato nel programma ufficiale nel 1908. Il problema, però, era che le Olimpiadi accettavano solo atleti dilettanti, e negli anni Venti il professionismo stava prendendo piede in modo irreversibile, soprattutto in Sudamerica e in alcuni Paesi europei.

Fu Jules Rimet, avvocato francese e presidente della FIFA dal 1921, a capire che serviva qualcosa di diverso. Rimet era un visionario ostinato. Credeva che il calcio potesse unire i popoli e che una competizione mondiale aperta ai professionisti fosse il passo naturale. Al Congresso FIFA di Amsterdam, nel maggio del 1928, la sua proposta venne approvata: si sarebbe creato un torneo indipendente dalle Olimpiadi, aperto a tutte le federazioni affiliate.

Restava da decidere dove giocarlo. Si fecero avanti Italia, Ungheria, Paesi Bassi, Spagna e Svezia. Dall'altra parte dell'Atlantico si candidarono Argentina e Uruguay. Rimet sostenne la candidatura uruguaiana, e non per caso. L'Uruguay aveva dominato il calcio degli anni Venti, vincendo l'oro olimpico sia a Parigi 1924 che ad Amsterdam 1928. Nel 1930 avrebbe celebrato il centenario della propria Costituzione. E soprattutto, la federazione uruguaiana fece un'offerta che nessun altro Paese poteva eguagliare: costruire un nuovo stadio — il più grande fuori dalla Gran Bretagna — e rimborsare le spese di viaggio a tutte le nazionali partecipanti.

Al Congresso FIFA di Barcellona, nel 1929, il voto fu unanime: il primo Mondiale si sarebbe giocato in Uruguay.

Le nazionali partecipanti

La decisione scatenò un terremoto diplomatico. L'Europa prese malissimo la scelta di un Paese sudamericano. La traversata atlantica durava circa due settimane, i costi erano altissimi e i calciatori — molti dei quali ancora non professionisti — dovevano chiedere permessi di lavoro di sessanta giorni ai propri datori. Austria, Svizzera e Cecoslovacchia, che all'epoca avevano squadre fortissime, rifiutarono l'invito adducendo ragioni economiche. L'Italia, fresca vincitrice della Coppa Internazionale, non partecipò: Mussolini la voleva in casa, per motivi propagandistici, e la mancata assegnazione bruciava. Inghilterra e Scozia non erano nemmeno affiliate alla FIFA in quel periodo e declinarono un invito diretto della federazione uruguaiana, convinte di essere "campioni del mondo per diritto di nascita" in quanto inventrici del gioco.

A febbraio 1930, con la scadenza per le adesioni ormai superata, nessuna squadra europea aveva confermato la propria presenza. Fu Rimet in persona a intervenire, usando tutto il suo peso politico e il suo carisma. Alla fine convinse quattro nazioni: Francia — praticamente obbligata dal proprio presidente della FIFA —, Belgio, Romania e Jugoslavia.

Le squadre europee, insieme al presidente Rimet, alla Coppa del Mondo e a tre arbitri, viaggiarono a bordo del Conte Verde, un transatlantico italiano della Lloyd Sabaudo partito da Genova il 19 giugno. A bordo salirono prima i rumeni, poi i francesi a Villefranche-sur-Mer — dove Rimet consegnò il trofeo al comandante della nave, che lo ripose nella cassaforte — e infine i belgi a Barcellona. Gli jugoslavi viaggiarono separatamente, sulla nave Florida, da Marsiglia. A Rio de Janeiro si aggiunse il Brasile.

La traversata durò quindici giorni. I calciatori si allenavano sui ponti della nave, mandando palloni in mare e innervosendo i passeggeri. Lucien Laurent, il francese che segnerà il primo gol della storia dei Mondiali, raccontò anni dopo la surrealtà di quel viaggio: calciatori, emigranti, borghesi in vacanza e perfino un celebre tenore russo — Fëdor Šaljapin — che si rifiutò di cantare gratis per i passeggeri.

Le tredici squadre partecipanti furono: dall'America, Uruguay, Argentina, Brasile, Bolivia, Cile, Messico, Paraguay, Perù e Stati Uniti; dall'Europa, Francia, Belgio, Romania e Jugoslavia. Sette sudamericane, due nordamericane, quattro europee. Nessuna qualificazione. Bastava accettare l'invito.

La vittoria dell'Uruguay

Tutte le partite si giocarono a Montevideo, caso unico nella storia dei Mondiali. Lo Stadio del Centenario, il gioiello progettato dall'architetto Juan Scasso, avrebbe dovuto essere il palcoscenico esclusivo del torneo. Ma piogge torrenziali e ritardi nei lavori fecero sì che a cinque giorni dall'apertura l'impianto non fosse ancora terminato. Gli organizzatori dovettero ripiegare su due stadi molto più piccoli per le prime partite: il Pocitos, con appena mille posti, e il Gran Parque Central.

La prima partita in assoluto della storia dei Mondiali fu Francia-Messico, giocata al Pocitos il 13 luglio davanti a un pubblico ridottissimo. Al diciannovesimo minuto, il francese Lucien Laurent segnò il primo gol della storia della competizione. La Francia vinse 4-1. Quasi in contemporanea, al Gran Parque Central, gli Stati Uniti battevano il Belgio 3-0 davanti a 20.000 persone.

Le tredici squadre erano divise in quattro gironi, di cui uno composto da quattro formazioni e gli altri tre da tre. La prima classificata di ogni girone accedeva alle semifinali. Il torneo fu breve e intenso — diciotto partite in diciassette giorni — e si concluse senza nemmeno un pareggio, un record che non si è mai più ripetuto.

L'Uruguay, ritardata nel suo esordio di cinque giorni a causa dei lavori al Centenario, aprì il proprio torneo il 18 luglio — giorno del centenario della Costituzione — con una sofferta vittoria 1-0 contro il Perù. Poi travolse la Romania 4-0 e in semifinale demolì la Jugoslavia 6-1, rimontando uno svantaggio iniziale dopo soli quattro minuti. Dall'altra parte del tabellone, l'Argentina — guidata dal bomber Guillermo Stábile, che chiuderà il torneo da capocannoniere con otto reti — eliminò gli Stati Uniti 6-1.

La finale del 30 luglio fu molto più di una partita di calcio. Fu lo scontro tra le due potenze del calcio sudamericano, due Paesi divisi dal Río de la Plata e uniti da una rivalità feroce. Circa trentamila tifosi argentini attraversarono il fiume in nave per assistere alla partita; molti arrivarono in ritardo perché il porto di Montevideo era completamente intasato. I cancelli del Centenario aprirono alle otto del mattino — sei ore prima del fischio d'inizio — e a mezzogiorno lo stadio era già strapieno. La polizia perquisì gli spettatori all'ingresso sequestrando coltelli, pistole, bastoni e bombe carta.

Il clima era incandescente anche negli spogliatoi. Il centravanti uruguaiano Peregrino Anselmo — uno dei migliori del torneo, autore di una doppietta in semifinale — si rifiutò di scendere in campo, paralizzato dal panico. Fu sostituito da Héctor Castro, conosciuto come "El Manco", che aveva perso la mano destra a tredici anni in un incidente sul lavoro. Dall'altra parte, il mediano argentino Luis Monti chiese di essere esonerato perché aveva ricevuto minacce di morte insieme alla sua famiglia. Gli fu detto di giocare comunque.

Non si trovò nemmeno un accordo sul pallone. Entrambe le squadre volevano usare il proprio. L'arbitro belga Jean Langenus — che aveva accettato di dirigere la partita solo a condizione di avere un'assicurazione sulla vita e una scorta militare fino al porto — risolse la disputa con un compromesso salomonico: si sarebbe giocato il primo tempo con il pallone argentino e il secondo con quello uruguaiano.

L'Argentina dominò la prima metà. Dopo il gol iniziale di Dorado per l'Uruguay al dodicesimo, Peucelle e Stábile ribaltarono il risultato, e gli ospiti chiusero avanti 2-1. Ma la ripresa fu un'altra storia. Con il pallone cambiato e il Centenario che tremava, l'Uruguay scatenò una rimonta inarrestabile. Cea, Iriarte e Castro — proprio "El Manco" — firmarono il 4-2 finale. Langenus fischiò la fine e corse verso un sidecar che lo portò al porto, dove lo attendeva una nave per l'Europa, come da accordi presi prima della partita.

Montevideo esplose. Il governo uruguaiano dichiarò il giorno successivo festa nazionale. In Argentina, la reazione fu opposta: una folla inferocita prese a sassate l'ambasciata uruguaiana a Buenos Aires. Le due federazioni interruppero i rapporti per anni.

L'impatto storico del torneo

Al di là del risultato sportivo, il Mondiale del 1930 dimostrò qualcosa di fondamentale: che il calcio poteva funzionare come linguaggio universale. Un torneo organizzato in un Paese con meno di due milioni di abitanti, boicottato da metà Europa, giocato in una sola città e con appena tredici partecipanti, riuscì comunque a generare una passione e un'eco mediatica senza precedenti per l'epoca.

Fu un Mondiale di pionieri. Calciatori che attraversavano l'oceano in nave per due settimane, allenandosi sui ponti di bordo. Arbitri che facevano anche i guardalinee. Un ct — il boliviano Ulises Saucedo — che allenava la propria nazionale, arbitrava altre partite e fungeva da guardalinee in altre ancora. Una Coppa del Mondo d'oro custodita nella cassaforte di un transatlantico. Una finale giocata nella nebbia e nella neve dell'inverno australe, con un calciatore monco in campo e un arbitro con il biglietto della nave già in tasca.

Eppure, da quel caos nacque una tradizione che in novant'anni non si è mai interrotta — se non per la Seconda guerra mondiale. Il trofeo consegnato quel giorno da Jules Rimet al presidente della federazione uruguaiana Raúl Jude sarebbe passato di mano in mano attraverso i decenni, sopravvivendo a due guerre mondiali, a un furto rocambolesco a Londra nel 1966 (dove fu ritrovato da un cagnolino di nome Pickles sotto una siepe) e a un secondo furto in Brasile nel 1983, dopo il quale non fu mai più recuperato.

L'Uruguay rimane l'unico Paese ad aver vinto il primo Mondiale della storia. Una nazione minuscola che, per qualche settimana del luglio 1930, fu il centro del mondo. Non il centro geografico, certo. Ma il centro emotivo di uno sport che, da quel giorno, non ha mai smesso di crescere.

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