Storia della Coppa del Mondo: origini e trasformazioni nel tempo
La Coppa del Mondo di calcio è la competizione sportiva più seguita del pianeta. Nata nel 1930 per volontà della FIFA, riunisce ogni quattro anni le migliori nazionali del mondo in un torneo che paralizza interi Paesi e tiene incollati davanti allo schermo miliardi di persone. Nessun altro evento sportivo riesce a generare la stessa tensione collettiva, la stessa attesa, lo stesso senso di appartenenza. E per capire come si è arrivati fin qui, bisogna partire dall'inizio.
Il primo Mondiale del 1930
L'idea di un campionato mondiale per nazionali di calcio esisteva già dalla fondazione della FIFA, nel 1904. Per oltre vent'anni, però, rimase un progetto sulla carta. Il torneo olimpico funzionava come surrogato, ma con un limite enorme: era riservato ai dilettanti, e il calcio stava diventando sempre più uno sport professionistico. Fu Jules Rimet, presidente francese della FIFA dal 1921, a spingere con determinazione per la creazione di una competizione aperta a tutti. Al Congresso di Amsterdam del 1928, la proposta venne finalmente approvata.
L'Uruguay si candidò come Paese ospitante e ottenne l'organizzazione. Le ragioni erano solide: aveva vinto le ultime due Olimpiadi, festeggiava il centenario della propria indipendenza ed era disposto a coprire tutte le spese, compresa la costruzione di un nuovo stadio — il Centenario di Montevideo, da 90.000 posti. Eppure la scelta scatenò polemiche furiose. Il viaggio in nave dall'Europa durava circa due settimane e i costi erano proibitivi. Austria, Svizzera, Cecoslovacchia e Italia — tra le migliori nazionali dell'epoca — rifiutarono l'invito. L'Inghilterra, che in quegli anni non aderiva neppure alla FIFA, non si presentò.
Alla fine parteciparono soltanto tredici squadre: sette sudamericane, due nordamericane e quattro europee (Francia, Belgio, Romania e Jugoslavia, convinte in extremis grazie alla diplomazia di Rimet). Non ci furono qualificazioni. Chi accettava l'invito, giocava.
Il torneo si disputò interamente a Montevideo, dal 13 al 30 luglio 1930. La prima partita in assoluto fu Francia-Messico, e il francese Lucien Laurent segnò il primo gol nella storia dei Mondiali. La finale vide di fronte Uruguay e Argentina, in un clima di rivalità feroce. Non si riuscì nemmeno a trovare un accordo sul pallone: si giocò il primo tempo con quello argentino e il secondo con quello uruguaiano. L'Argentina chiuse avanti 2-1 all'intervallo, ma i padroni di casa ribaltarono tutto nella ripresa, vincendo 4-2 davanti a 93.000 spettatori.
Quel giorno, a Montevideo, nacque qualcosa di più grande di un semplice torneo sportivo.
L'espansione del torneo nel secondo dopoguerra
Le edizioni del 1934 e del 1938 si tennero in Europa — Italia e Francia — e furono segnate dal contesto politico dell'epoca. Mussolini strumentalizzò le due vittorie consecutive dell'Italia come vetrina del regime. La Seconda guerra mondiale fermò tutto: le edizioni del 1942 e del 1946 non si giocarono mai.
Il Mondiale riprese nel 1950, in Brasile, con un'edizione passata alla storia per il "Maracanazo" — la clamorosa sconfitta dei padroni di casa contro l'Uruguay nella partita decisiva, davanti a quasi 200.000 spettatori al Maracanã. Il calcio stava cambiando volto. La professionalizzazione si era ormai consolidata in tutta Europa e in Sudamerica, e il torneo cominciava ad attirare un numero crescente di federazioni.
Dalla Svizzera 1954 — la prima edizione trasmessa in televisione — il Mondiale entrò nelle case delle persone, trasformandosi da evento elitario a fenomeno popolare. La Svezia 1958 rivelò al mondo il diciassettenne Pelé. Il Cile 1962 e l'Inghilterra 1966 consolidarono una competizione sempre più strutturata, con qualificazioni che coinvolgevano decine di Paesi da tutti i continenti.
La vera svolta, però, fu il Messico 1970. Fu il primo Mondiale trasmesso a colori e vide il trionfo di un Brasile considerato da molti la squadra più forte di tutti i tempi, con Pelé, Jairzinho, Tostão e Rivelino. Quella edizione consacrò definitivamente la Coppa del Mondo come il più grande spettacolo sportivo del pianeta. Non a caso, il Brasile — vincendo per la terza volta — si aggiudicò in via definitiva la Coppa Rimet originale.
A partire dal 1974 venne introdotto un nuovo trofeo, la Coppa del Mondo FIFA, ancora oggi in palio. E con esso arrivò anche un calcio sempre più tattico, fisico e mediatico.
L'evoluzione del formato: da 16 a 32 squadre
Il formato del Mondiale è cambiato più volte nel corso dei decenni, riflettendo la crescita del calcio come sport globale.
Nelle prime edizioni non esisteva un formato standardizzato. Nel 1930 si giocò con tredici squadre divise in quattro gironi, seguite da semifinali e finale. Nel 1934 e nel 1938 si adottò un tabellone a eliminazione diretta, senza nemmeno una fase a gruppi. Nel 1950 si tornò a un sistema ibrido, con un girone finale al posto della finale secca.
Dal 1954 al 1970, il formato si stabilizzò attorno a sedici squadre, suddivise in quattro gironi da quattro. Le prime due di ogni gruppo accedevano ai quarti di finale, poi semifinali e finale. Questo schema funzionò per quasi trent'anni, ma con l'aumento delle federazioni affiliate alla FIFA — passate da poche decine a oltre centocinquanta — la pressione per allargare il torneo divenne insostenibile.
Nel 1982, in Spagna, il Mondiale passò a ventiquattro squadre. Il formato prevedeva una prima fase a gironi seguita da un secondo turno ancora a gruppi, soluzione che non convinse del tutto e che venne modificata già nel 1986 con l'introduzione degli ottavi di finale a eliminazione diretta.
Il salto decisivo avvenne nel 1998, in Francia, quando le squadre partecipanti salirono a trentadue. Otto gironi da quattro, le prime due classificate agli ottavi, poi quarti, semifinali e finale. Questo formato si è rivelato talmente equilibrato e funzionale da resistere per sette edizioni consecutive — da Francia 1998 a Qatar 2022 — senza subire alcuna modifica sostanziale. Per un quarto di secolo, trentadue squadre sono state il numero perfetto.
Il nuovo formato del Mondiale 2026
Quel numero perfetto, però, non basta più. La Coppa del Mondo 2026, che si giocherà in Stati Uniti, Canada e Messico dall'11 giugno al 19 luglio, segnerà un cambio epocale: per la prima volta parteciperanno quarantotto nazionali.
La decisione venne presa dal Consiglio FIFA nel gennaio 2017, sotto la presidenza di Gianni Infantino. L'obiettivo dichiarato era rendere il torneo più inclusivo, dando spazio a federazioni che storicamente non avevano mai raggiunto la fase finale. Inizialmente si era pensato a sedici gironi da tre squadre — un formato che avrebbe potuto incentivare i pareggi strategici e impoverire la fase a gruppi. La FIFA cambiò idea nel 2023, optando per dodici gironi da quattro squadre ciascuno.
Il meccanismo di qualificazione alla fase a eliminazione diretta è nuovo: passano le prime due di ogni girone più le otto migliori terze, per un totale di trentadue squadre che si affrontano a partire dai sedicesimi di finale — un turno che non esisteva nella storia del Mondiale. Da lì in poi, si procede con ottavi, quarti, semifinali e finale, sempre a gara secca.
In totale saranno centoquattro partite, quaranta in più rispetto alle sessantaquattro di Qatar 2022. La squadra che arriverà in finale dovrà giocare otto partite anziché sette. Il torneo durerà trentanove giorni, quasi sei settimane.
Ma non è solo una questione di numeri. Per la prima volta tre Paesi ospitano insieme un Mondiale. Le distanze tra le sedi saranno enormi — si andrà da Guadalajara a Toronto, da Los Angeles a Miami — con fusi orari, climi e altitudini molto diversi. La gestione fisica e logistica delle rose diventerà un fattore competitivo cruciale.
C'è chi vede in questo allargamento un'opportunità storica per nazioni emergenti del calcio africano, asiatico e centroamericano. C'è chi teme una diluizione della qualità e un torneo troppo lungo. Sarà il campo a rispondere.
Perché la Coppa del Mondo è il torneo più prestigioso
Nessuna competizione sportiva genera numeri paragonabili. L'edizione di Qatar 2022 ha raggiunto circa cinque miliardi di contatti globali, con oltre un miliardo e mezzo di persone sintonizzate sulla sola finale tra Argentina e Francia. La finale del 2014, vinta dalla Germania, aveva già superato per la prima volta il miliardo di telespettatori. Nemmeno il Super Bowl, gli Europei o le Olimpiadi si avvicinano a queste cifre per un singolo evento.
Ma il prestigio della Coppa del Mondo non si misura solo in audience. Si misura in storia. Solo otto nazioni hanno vinto il trofeo in novantadue anni di competizione: Brasile cinque volte, Italia e Germania quattro, Argentina tre, Uruguay e Francia due, Inghilterra e Spagna una. Vincere un Mondiale significa entrare in una dimensione che nessun altro titolo può offrire. Per un calciatore è il traguardo definitivo. Per un intero Paese, è un momento che segna generazioni.
Il Mondiale ha anche una dimensione culturale che va oltre lo sport. Ha accompagnato le grandi trasformazioni del Novecento — dalla propaganda fascista degli anni Trenta alla Guerra Fredda, dalle dittature sudamericane alla globalizzazione. Ha prodotto immagini indelebili: Pelé che piange nel 1970, Maradona che alza la coppa nel 1986, Zidane che esce dal campo nel 2006, Messi che finalmente tocca il cielo nel 2022.
Ogni edizione racconta qualcosa di più grande del calcio. Racconta chi siamo, cosa ci unisce, cosa ci divide. E forse è proprio per questo che, ogni quattro anni, il mondo si ferma.


Commenti
Posta un commento