La storia del baseball: da gioco di strada a passatempo nazionale americano
C'è qualcosa di magico nel baseball. Non è solo uno sport — è un pezzo di storia americana, un rituale collettivo che attraversa generazioni, una metafora della vita stessa con i suoi ritmi lenti, le sue esplosioni improvvise, i suoi eroi e le sue tragedie.
Ma come nasce uno sport capace di conquistare un'intera nazione? Come fa un gioco con mazza e palla a diventare il "National Pastime", il passatempo nazionale per eccellenza?
La risposta è una storia lunga quasi due secoli, fatta di leggende, bugie a fin di bene, rivoluzioni sociali e personaggi più grandi della vita stessa.
Le origini: tra mito e realtà
Chiedete a un americano chi ha inventato il baseball e probabilmente vi risponderà: Abner Doubleday, nel 1839, a Cooperstown, New York. È una bella storia — un cadetto di West Point che traccia un campo e stabilisce le regole in una cittadina pittoresca che oggi ospita la Hall of Fame del baseball.
C'è solo un problema: non è vera.
Nel 1908 una commissione incaricata di stabilire le origini del gioco scelse questa versione, promossa da Al Spalding, leggendario giocatore e fondatore dell'omonima azienda di articoli sportivi. Spalding voleva una storia perfettamente americana — un eroe di guerra che inventa il gioco in una città abitata solo da persone nate negli Stati Uniti. Voleva dimostrare che il baseball era figlio dell'America, non un'importazione europea.
La realtà è più complessa e meno romantica.
Il baseball ha radici profonde nei giochi con bastone e palla praticati in Europa per secoli. In Inghilterra si giocava a rounders, stoolball, paddleball. In Francia esisteva la soule. Questi giochi arrivarono nelle colonie americane nel XVIII secolo e lì si mescolarono, evolsero, presero forme nuove.
La prima menzione del termine "baseball" appare addirittura nel romanzo "Northanger Abbey" di Jane Austen, scritto nel 1798. La prima partita documentata nel continente americano si sarebbe giocata in Canada, a Beachville, Ontario, nel 1838 — un anno prima della presunta invenzione di Doubleday.
Il vero padre del baseball moderno non è Doubleday, ma Alexander Cartwright. Nel 1845, a Manhattan, Cartwright codificò le regole che ancora oggi formano la base del gioco: quattro basi distanziate di 90 piedi, il concetto di foul ball, gli inning, gli out. Fondò anche il primo club organizzato, i Knickerbockers di New York.
La prima partita ufficiale si giocò il 19 giugno 1846 agli Elysian Fields di Hoboken, New Jersey. I Knickerbockers persero 23-1 contro il New York Nine. Non proprio un esordio trionfale, ma era nato qualcosa di grande.
L'ascesa: dalla Guerra Civile alla professione
Il baseball crebbe rapidamente, ma fu la Guerra Civile americana (1861-1865) a trasformarlo in fenomeno nazionale.
I soldati di entrambi gli schieramenti giocavano a baseball nei momenti di pausa. Quando la guerra finì, quei soldati tornarono a casa portando con sé il gioco. Nel giro di pochi anni, si contavano oltre 100 squadre in tutti gli stati dell'Unione.
Ma c'è un aspetto più profondo. Dopo una guerra che aveva diviso il paese, il baseball divenne uno strumento di riconciliazione. Un terreno neutro dove Nord e Sud potevano competere senza spargimento di sangue, dove l'appartenenza alla propria città sostituiva l'appartenenza al proprio stato.
Non è un caso che ancora oggi le squadre si chiamino "home club" e "visiting club". Il baseball americano nacque con un fortissimo senso di localismo — l'orgoglio di appartenere a una comunità, la rivalità con le città vicine. Era sport, ma era anche identità.
Nel 1857 nacque la National Association of Baseball Players, la prima lega della storia. Nel 1858 l'arbitro iniziò a chiamare "strike" e "ball". Nel 1862 venne inaugurato il primo stadio recintato, l'Union Ground di Brooklyn.
E poi, nel 1866, successe qualcosa di rivoluzionario: alcuni giocatori a Rockford, Illinois, ricevettero compensi per le loro prestazioni. Il baseball divenne il primo sport in assoluto a essere praticato professionalmente.
Nel 1869 nacquero i Cincinnati Red Stockings, la prima squadra apertamente professionistica. Fecero tournée in tutto il paese, vincendo partita dopo partita, diffondendo il verbo del baseball ovunque andassero.
Le leghe: National e American
Il 1876 segna una svolta fondamentale. Nasce la National League of Professional Base Ball Players — la lega che ancora oggi, quasi 150 anni dopo, rappresenta una delle due metà della Major League Baseball.
La National League portò ordine in un mondo caotico. Stabilì regole uniformi, calendari regolari, standard professionali. Ma fece anche qualcosa di terribile: proibì ai giocatori non bianchi di partecipare.
Questa esclusione avrebbe segnato il baseball per quasi un secolo.
Nel 1882 nacque l'American Association come lega rivale, poi riorganizzata nel 1900 come American League. Le due leghe inizialmente si facevano concorrenza spietata, rubandosi giocatori e mercati. Poi, nel 1903, decisero di collaborare: nacque la Major League Baseball.
Da quel momento, ogni anno, i campioni delle due leghe si sfidano nelle World Series per la corona mondiale. È un nome pretenzioso — in fondo giocano quasi solo squadre americane — ma riflette l'orgoglio smisurato che gli americani hanno sempre avuto per il loro sport nazionale.
L'era di Babe Ruth: quando il baseball divenne leggenda
Se dovessi scegliere un solo nome per rappresentare la storia del baseball, sarebbe George Herman Ruth Jr. Per tutti, semplicemente, Babe Ruth — il Bambino.
Ruth nacque a Baltimora nel 1895, in una famiglia povera e disfunzionale. A sette anni fu mandato in un istituto cattolico per ragazzi problematici, il St. Mary's Industrial School for Boys. Fu lì che Padre Matthias gli insegnò a giocare a baseball.
C'è un aneddoto che racconta perfettamente chi fosse Ruth. Un giorno la sua squadra stava perdendo e il giovane George iniziò a insultare il lanciatore per le sue prestazioni scadenti. Padre Matthias, per punirlo, lo mandò a lanciare al suo posto. Doveva essere una lezione. Invece Ruth dominò gli avversari. Era nata una leggenda.
Nel 1914, a 19 anni, firmò con i Baltimore Orioles delle leghe minori. I compagni di squadra vedevano il manager Jack Dunn che si portava sempre dietro questo ragazzino e lo prendevano in giro: "Ecco Jack con il suo bambino!" Il soprannome rimase.
Ruth arrivò in Major League con i Boston Red Sox come lanciatore. E che lanciatore — 94 vittorie, 46 sconfitte, un'ERA di 2.28. Aiutò Boston a vincere le World Series nel 1915 e nel 1916.
Ma c'era un problema: Ruth era troppo bravo anche in battuta. Nel 1919 batté 29 fuoricampo, record assoluto all'epoca. Il suo manager decise di farlo battere sempre, anche quando partiva come lanciatore. Era uno spreco tenerlo in panchina.
Poi venne la decisione che avrebbe perseguitato Boston per 86 anni.
Nel 1920 i Red Sox vendettero Ruth ai New York Yankees per 100.000 dollari. Il proprietario di Boston, Harry Frazee, aveva bisogno di soldi per finanziare uno spettacolo teatrale a Broadway. È la transazione più famosa — e maledetta — nella storia dello sport americano.
Da quel momento, i Red Sox non vinsero più le World Series per 86 anni. La "Maledizione del Bambino" divenne leggenda, alimentata da sconfitte dolorosissime e rimonte impossibili subite proprio quando il titolo sembrava a portata di mano.
A New York, invece, Ruth esplose. Nel suo primo anno con gli Yankees batté 54 fuoricampo — quasi il doppio del suo record precedente. L'anno dopo ne batté 59. Nel 1927 arrivò a 60, un record che sarebbe durato 34 anni.
Ruth non cambiò solo i numeri. Cambiò il modo stesso di giocare a baseball.
Prima di lui, il baseball era uno sport di strategia, di piccoli colpi, di basi rubate e sacrifici. Ruth portò la potenza. I suoi fuoricampo volavano così alti e così lontani che la gente non credeva ai propri occhi. Lo soprannominarono "The Sultan of Swat" — il Sultano della Mazza.
Gli Yankees costruirono per lui un nuovo stadio, lo Yankee Stadium, inaugurato nel 1923. Lo chiamavano "The House That Ruth Built" — la casa che Ruth ha costruito. Con lui in squadra vinsero 7 pennant dell'American League e 4 World Series.
Ruth chiuse la carriera nel 1935 con 714 fuoricampo — un record che sarebbe durato quasi 40 anni. Ma più dei numeri, lasciò qualcosa di intangibile: trasformò il baseball da sport a spettacolo, da passatempo a ossessione nazionale.
Jackie Robinson e la fine della segregazione
Se Babe Ruth cambiò il baseball, Jackie Robinson cambiò l'America.
Per comprendere l'impatto di Robinson, bisogna capire cosa fosse il baseball americano prima di lui. Dal 1876, la National League aveva proibito ai giocatori neri di partecipare. Per decenni, i migliori atleti afroamericani giocarono nelle Negro Leagues — campionati paralleli, spesso con talenti superiori a quelli della MLB, ma invisibili al grande pubblico bianco.
Il 15 aprile 1947, Jackie Robinson scese in campo con i Brooklyn Dodgers. Era il primo giocatore nero nella Major League Baseball dell'era moderna.
Non fu un debutto tranquillo.
Robinson affrontò insulti razzisti da tifosi, avversari e persino compagni di squadra. Ricevette minacce di morte. Alcuni giocatori si rifiutarono di scendere in campo contro di lui. In trasferta, doveva dormire in hotel separati dai compagni bianchi.
Il coraggio di Robinson non fu quello di un guerriero che risponde colpo su colpo. Fu quello di un uomo che sopportò l'insopportabile con dignità, dimostrando ogni giorno, con la sua classe in campo e fuori, che la segregazione era una mostruosità.
E giocava da dio. Nel suo primo anno vinse il premio di Rookie of the Year. Nel 1949 fu MVP della National League con una media battuta di .342, 124 RBI e 37 basi rubate. Portò i Dodgers alle World Series sei volte, vincendo nel 1955.
Ma i numeri non catturano l'impatto vero.
Dalla sua entrata in MLB al 1959, quando l'ultima squadra si integrò, i giocatori afroamericani vinsero nove premi MVP, nove Rookie of the Year, cinque titoli di fuoricampo, quattro titoli di battuta. Il talento c'era sempre stato — serviva solo qualcuno che aprisse la porta.
Nel 1997, cinquant'anni dopo il suo debutto, la Major League Baseball ritirò il numero 42 in tutte le squadre. Nessun altro giocatore potrà mai indossarlo. Ogni anno, il 15 aprile, tutti i giocatori della MLB indossano il 42 in suo onore.
Robinson non fu solo un atleta. Fu un pioniere dei diritti civili, amico e alleato di Martin Luther King Jr. La sua foto accanto a King è un promemoria che lo sport può essere molto più di un gioco.
Il baseball moderno
Dopo Robinson, il baseball continuò a evolversi.
Nel 1961 Roger Maris batté 61 fuoricampo, superando il record di Ruth. Fu osteggiato da una nazione intera che non voleva vedere il mito del Bambino superato, e il record fu riconosciuto pienamente solo dopo la sua morte.
Nel 1974 Hank Aaron batté il fuoricampo numero 715, superando Ruth. Anche lui affrontò minacce razziste mentre si avvicinava al record — un promemoria che il razzismo non era scomparso con Robinson.
Negli anni '90 e 2000, la "era degli steroidi" portò numeri impossibili — Mark McGwire con 70 fuoricampo nel 1998, Barry Bonds con 73 nel 2001 — ma anche scandali che macchiarono quei record.
Oggi il baseball è uno sport globale. Giocatori da Repubblica Dominicana, Venezuela, Cuba, Giappone, Corea del Sud dominano la MLB. In Giappone il baseball è praticamente una religione. In Italia esiste un campionato dal 1948, quando le truppe americane portarono il gioco nel dopoguerra.
Perché il baseball è ancora importante
Viviamo in un'epoca di sport veloci, di highlight da social media, di attenzione frammentata. Il baseball sembra fuori tempo — partite lunghe, ritmi lenti, pause infinite.
Eppure resiste. Perché?
Forse perché il baseball non è fatto per essere consumato, ma per essere vissuto. Una partita di baseball è un rituale — il profumo dell'erba, il rumore della mazza, il silenzio prima del lancio e l'esplosione dopo il fuoricampo.
O forse perché il baseball è democratico in un modo che altri sport non sono. Non serve essere alto o muscoloso. I migliori giocatori della storia avevano corpi normali — Ruth era sovrappeso, molti campioni erano bassi o magri. Conta la tecnica, conta l'occhio, conta il tempismo.
O forse, semplicemente, perché il baseball racconta l'America meglio di qualsiasi altro sport. Le sue glorie e le sue vergogne, i suoi eroi e i suoi demoni, le sue promesse mantenute e quelle tradite.
Dalla segregazione all'integrazione, dalle leghe minori alle World Series, dai campi polverosi agli stadi da miliardi di dollari — la storia del baseball è la storia di un paese che continua a reinventarsi.
E ogni primavera, quando riparte la stagione, quella storia ricomincia da capo.


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